ROTTERS’ MAGAZINE Recensione
Diciamolo subito così ci togliamo il pensiero: il disco dovete acquistarlo perché è molto bello, il mio preferito di questo 2014! Descrivere il disco è molto difficile perché qualsiasi tentativo lo banalizza essendo formato da così tanti umori e strati musicali che rendono difficile, con le parole darvi un'idea del disco. La prima impressione è di gran compattezza. L’intero disco, un doppio, se ne scivola via senza scossoni ma intrappolandoti quasi ipnoticamente nelle tante idee musicali, spunti melodici e compositivi che si scoprono ascolto dopo ascolto. Ogni canzone confluisce naturalmente nella successiva in un equilibrio emotivo riuscitissimo. Il disco non è formato da suite, ogni canzone è distinta dalle alte, ma per molti versi “funzionano” come un unicum. Strane canzoni, effettivamente, ma canzoni vere e sentite. Andrea Tich, è un cantautore di grande esperienza, ha suonato con i grandi (Area, Venegoni, prodotto da Rocchi), e in questo disco mette tutta la sua grande esperienza. Come lui stesso afferma, le composizioni derivano da materiale composto dagli anni '70 ad oggi, e a maggior ragione stupisce la coerenza che queste composizioni mostrano. Quali sono gli ingredienti principali? Sicuramente l’uso massiccio della chitarra acustica, degli effetti sonori usati, e di alcune immaggini usate nei testi, mostrano una certa verve psichedelica mentre l’uso delle tastiere tradisce l’amore dell’autore per i corrieri cosmici (Kraftwerk).
Alcune volte c’è qualche attinenza al Battiato più sperimentale (come, ad esempio, nella bella Sono Solo i tuoi occhi). Ma tutto questo è a servizio della melodia, vera regina del disco.
L’album si apre con un bimbo che declama il nome “Andrea Tich” mentre un suono analogico disturbante insieme ad un paio di accordi ci conduce alla voce di Andrea di oggi, una voce calda e coinvolgente, e il viaggio può cominciare: Biodiversi, una canzone sulla fine di un amore (l’amore è molto presente nel disco verrà ripreso come tema, diverse volte nell’arco dell’album), semplice nel costrutto ma mai banale. La sezione ritmica discreta ma fondamentale, porta allo sviluppo naturale del brano con il solo finale di chitarra elettrica. L’uno due che ti stende è affidato a Se un giorno vedrai, dove l’arpeggio della chitarra acustica sostiene il cantato fino all’arrivo della sezione ritmica e delle tastiere. Un brano atmosferico dove l’impianto della canzone è caratterizzato da queste sovrapposizioni di piani musicali affidati alle tastiere.
E’ cantautorato ma così interessante, che ti meraviglia passo dopo passo, ascolto dopo ascolto. I loop di chitarra ci conducono alla già citata Sono Solo i tuoi occhi. Questi tre brani fanno capire quale sarà l'atmosfera dell'album: azzarderei che l'atmosfera creata è confidenziale, intima, quasi un colloquio tra te e il tuo io più profondo. Come dicevamo Andrea è sperimentatore nato e inserisce in ogni sua fotografia (quali sono le canzoni raccolte in questo disco), registrazioni di amici, di momenti personali, di dj, che attenzione non sono mai fine a se stesse, o fastidiose o sopra le righe: questi frammenti sono inseriti in maniera pertinente nel costrutto della canzone esaltandone il significato; lui stesso asserisce che tali frammenti sono usati come note, e se posso aggiungere, questi frammenti aiutano a saldare una canzone alla successiva..
Un esempio eclatante è la bella e drammatica La leggenda della voce solitaria dove il mellotron, lavoce, e poi la registrazione finale di una donnache piange, mentre un’altra persona pareparlare in maniera concitata, sottolinea tuttal’angoscia che il brano vuole trasmettere. Si trovano anche canzoni più dirette e se vogliamo semplici, come Sento nel cuore la pioggia, dove la voce calda di Andrea si amalgama alle tastiere e alla discreta sezione ritmica, o la più cattiva e complessa Io tempo ti conosco, dove dopo un inizio misterioso come per tante tracce presenti nel disco, un basso pulsante e una batteria dal ritmo deciso, spazzano via l’aria di mistero e incertezza che in quel punto dell’album sono forti. Bello in questo brano, l’uso della voce, dell’arpeggio di chitarra acustica e della chitarra elettrica sullo sfondo che quasi come una eco, come un richiamo cerca di strapparti via, fino a divenire protagonista della scena, acida e cattiva. La musica, in ogni brano resta a servizio della voce di Andrea e soprattutto delle parole: il disco oltre tutta la grande ubriacatura di suoni, è fatto di parole. I testi, anche loro, tradiscono l’amore per un certo tipo di psichedelia. Il volo, il sogno è una costante del disco. Potete scegliere se prendere un’astronave o mettervi sul dorso di una farfalla, indiscutibile che il viaggio sia un tema portante che unisce un po’ l’intero album, quasi come se fosse un concept. Ma dove ci conduce il viaggio non è banale: i misteri della vita, dell’aldilà, dei sentimenti umani, dell’amore, sono raccontati con lucida analisi e sorprendente piglio romantico, fino a scoprire che la meraviglia più grande è il proprio esistere, il proprio essere. Degna chiusura de La cometa di sangue, è lo strumentale Il Posto… (Dove è andato Claudio Rocchi?), omaggio ad una persona molto importante per Andrea ma anche un brano per sondare il mistero della morte. In uno dei tanti interventi inseriti, viene riportata la semplice spiegazione per registrare con un microfono. Alla fine si dice che basta restare a 25 cm dal microfono e non urlare per avere una buona registrazione. Andrea ha seguito alla lettera le istruzioni, non urla mai in questo disco, ma credetemi riesce a scuotere le parti più profonde della vostra anima, se avrete voglia di viaggiare con lui.
Silvio Leccia

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