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A 36 anni dall’ispirato, poetico, spiazzante Masturbati, prodotto da Claudio Rocchi e pubblicato dalla Cramps, e a quattro anni da Siamo nati vegetali, Andrea Tich aggiunge un doppio album al variegato universo della sua discografia “artigianale” e “sommersa”, che comprende Milano città nella città, realizzato con Maurizio Marsico, la partecipazione ad uno storico tributo italiano a Frank Zappa, uno dei suoi numi tutelari, e una miriade di produzioni e collaborazioni varie. Una cometa di sangue raccoglie brani composti dagli anni Settanta (compresi quelli che sarebbero dovuti confluire in un secondo album con la Cramps) ad oggi, attingendo alla marea di quella che nel sito di Tich si definisce “discografia virtuale”, quella dei tanti progetti che avrebbero potuto essere completati e pubblicati negli anni e invece spesso sono rimasti inediti.
Quello che colpisce maggiormente nei due cd, perfettamente simmetrici con 12 canzoni l’uno, è quello che è meno in evidenza: per quanto i volumi privilegino il cantato, a rapire è in primis la trama di suoni, uno sfavillio evanescente e cangiante, un tappeto di stelle liquide, di VST ora scintillanti, ora onirici, ora world, impalpabili, eppure potenti come un teletrasporto cosmico.
Nelle 24 tracce troviamo bassi ballabili oppure dark-wave, etereo synth-pop, electro-rock, quando non cenni di krautrock (si ascolti la suggestiva, acquea Vecchio mondo), trame acustiche lievi e dolcissime, a volte immerse ancora in sonorità space (v. La leggenda della voce solitaria), sonorità lisergiche (ad es. in Puoi cantare), risonanze e ariosità psichedeliche, fantasie zappiane e sinuose melodie pop; restano però costanti le atmosfere rarefatte, accompagnate da interpretazioni che hanno un incedere tra il profetico e il sognante. D’altronde “sogno” e “sognare”, al pari dei riferimenti a corpi (e creature) celesti, appaiono parole-chiave, che lampeggiano nelle canzoni come un leitmotiv; nei versi si compone inoltre un’idea dell’amore che conserva la naturalezza tipica dei ‘70s, ebbra di vita e immersa nel suo mistero, ma anche smagata e preparata al disincanto.
Frequenti gli squarci prepotentemente visionari, ma anche le riflessioni introspettive tra bilanci, impressioni, confusione, solitudine, consapevolezza della finitudine dell’universo e dell’esistenza; talora le parole, anche nelle metafore che attingono immagini alla natura, risuonano così semplici e dirette da risultare disarmanti.
Non mancano momenti più dolenti e raccolti come la minimale ed elegante Chiodi fissi, dall’arrangiamento più cantautorale come Farfalla fluorescente, né omaggi ai “compagni di strada” scomparsi Enzo Bianca e Claudio Rocchi.
Ambrosia J. S. Imbornone

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