RAROPIù
La luce lontana dai riflettori industriali
Si intitola Una cometa di sangue ed è il nuovo disco di Andrea Tich tornato a dar voce a quella creatività assolutamente libera di fare musica per sé stessi prima… e per il resto del mondo poi. Un percorso iniziato almeno 35 anni fa. Un primo capitol firmato dalla Cramps e prodotto dal grande Claudio Rocchi. E poi ancora musica, dischi, progetti paralleli, colonne sonore di film elettronici come di elettronica è quel tangibile sapore di sperimentazione che si veste di buon gusto e mestiere. Tanto per dire che dopo tutto questo tempo la macchina Tich non dà segni di cedimento, instancabile e sempre ricca di ispirazione, protagonista di un altro capitolo di grande musica italiana che non ha alcuna intenzione di seguire i cliché o di fare bella mostra nei salotti di plastica del conformismo industriale.
Raccontaci questa tua citazione: “Con questo disco proclamo ufficialmente che appartengo alla resistenza della musica non allineata”.
E’ una lotta continua che, musicisti come me, devono affrontare per portare avanti il proprio discorso artistico/ musicale non subordinato alle esigenze del mercato discografico commerciale, perché se la musica che produci non è facilmente fruibile, non conti nulla.
Partendo dai Bazaar (tuo gruppo agli inizi) fino ad oggi. Cosa hai riportato dal passato e cosa hai immediatamente abbandonato?
Ho riportato la freschezza, la genuinità e la caparbietà di volere a tutti i costi suonare e cantare la mia musica così come la scrivo. Ho invece subito abbandonato il fatto di cantare in inglese anziché in italiano, perché sbagliavo a pensare che l’inglese fosse una lingua più musicale; l’italiano può essere cantabile tanto quanto l’inglese, si tratta soltanto di scegliere le parole e le frasi che si amalgamano meglio con la musica.
Il piccolo schermo ti aveva rapito per quel Premiatissima ’83 (in squadra con Amanda Lear e Claudio Cecchetto in quella trasmissione TV n.d.r.). Ti sei lasciato andare alla grande medianicità per poi scappare subito…
Speravo che scendendo a qualche compromesso con una major, avrei potuto realizzare più in grande il mio vero discorso musicale, quindi pubblicai un 45 giri dal titolo Sono Tich che comunque, se pur con una veste un pochino più commerciale, seguiva ed era coerente con quello che musicalmente facevo. Purtroppo però le esigenze discografiche dell’etichetta erano di altro tipo e quindi dopo un breve periodo, sciolsi il contratto e ritornai sui miei passi. L’elettronica è sempre stato l’ingrediente principale della tua vita artistica. Una scelta? Un marchio? Oppure semplicemente l’unico modo possible per esprimerti? Mia madre è tedesca di Francoforte, e sicuramente ho ereditato un po’ di elettronicismo germanico, ma non è l’unico modo di esprimermi. Ci sono canzoni acustiche, suonate con strumenti “veri”, in altre composizioni mi piace, là dove ne sento l’esigenza, introdurre qualcosa di sintetico, adoro i Kraftwerk per il loro sound che io definisco: elettronico ma fatto con il cuore. Moltissime le strade parallele. Dischi, mostre, colonne sonore... In quale dimensione ti sei maggiormente riconosciuto? Negli anni ho collaborato con tantissimi musicisti, mi sono confrontato con produzioni dance elettroniche, colonne sonore, cortometraggi, musiche d’ambiente, canzoni per altri artisti, musiche per pubblicità e altro ancora ma ovviamente dove mi riconosco di più, sono le mie “strane canzoni” poiché rappresentano a pieno anche il mio stile di vita.
Andrea Tich oggi. Un incontro discografico quanto meno umano. Com’è accaduto?
Tutto non accade per caso, sono abbastanza fatalista. Un primo approccio con Snowdonia è avvenuto per puro caso al M.E.I. di Faenza e poi ci siamo rincontrati per produrre insieme il mio Siamo nati vegetali che ha conclamato anche un bellissimo rapporto umano basato oltre che dall’amicizia che ci lega per la terra da cui proveniamo, anche per le fantastiche mangiate e le tante risate. Con Interbeat invece, essendo un’etichetta con sede a Roma, il rapporto è più rado ma comunque di grande stima e amicizia.
Ricordiamo Claudio Rocchi. Com’è stato lavorare con lui?
Il rapporto con Rocchi è stato bellissimo; lui era una persona veramente dolce, comprensiva e professionalmente ideale per la mia musica, è stato un personaggio che ammiravo tantissimo sin dai tempi del suo primo disco, Viaggio. Claudio è stato semplicemente fantastico, perché ha rispettato esattamente quello che erano i miei provini aggiungendo preziosi interventi di musicisti di un certo calibro come Claudio Panarello, Hug Bullen, Lucio Fabbri, Daniele Cavallanti. Dopo anni ci siamo incontrati di nuovo perché Claudio ha scelto una mia canzone, Troppa felicità tratta dal mio album Siamo nati vegetali e l’ha usata nel 2007 per il suo film Pedra Mendalza.
Milano 1977. Che tempi erano? Quanta gavetta preziosa hai fatto?
La gavetta la faccio ancora oggi e penso che non smetterò mai di farla perché la mia vita artistica è in continua evoluzione e quindi devo farmi largo tra le mille idee e sogni che desidererei realizzare. Milano nel 1977 era quello che si dice “una città discreta ma spietata” e per noi (l’avventura cominciò insieme a Claudio Panarello, il mio fido batterista ancora oggi), che venivamo dal sud non per lavoro, ma per l’arte, non è stato proprio facile, ma nonostante tutto ce l’abbiamo fatta e ci siamo ritagliati il nostro spazio artistico nella capitale della musica pubblicando con la prestigiosa etichetta Cramps di Gianni Sassi, l’album Masturbati, grazie al quale oggi ho questa visibilità.
Il nuovo Una cometa di sangue si ricollega a quegli anni in cui tutto è iniziato, si ricollega al disco Masturbati. Un cerchio che si chiude oppure solo un altro capitolo di qualcosa che verrà?
La mia musica non segue un percorso prestabilito, ha dei comuni denominatori che la rendono conseguente, ma di fatto sono capitoli della mia vita artistica che si susseguono nel tempo. A volte non sono io che decido cosa scrivere ma, come ho scritto nelle note di copertina dell’album, “sono le note e le melodie che si collocano da sole sul pentagramma”. Il mio intento è sempre quello di prendere per mano l’ascoltatore e condurlo nel mio giardino costellato di strane canzoni... le mie.

Paolo Tocco

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