Andrea Tich, che aveva scosso tutti con “Masturbati”, poi ha planato nel mondo della discografia sempre da protagonista per quel che riguarda il suo ecosistema di anime non allineate. E quel pop che prevede strutture basiche conformi alle regole vengono stravolte e si riempiono di algoritmi non predicibili a priori, tra suoni sospesi, lunghi strumentali e qualche sostanzioso momento solipsistico (non solistico, attenzione). Perché la musica di Tich, per quanto voglia sfoggiare apparenze pop che ben raggiungono il sentire comune di un pop(olo), le considero sospensioni elettroniche dipinte ed incise da esseri umani come lui che probabilmente dovevano vivere in un tempo migliore, in un mondo più attento alle varie espressioni dell’arte.

Ascoltando questo vinile che si intitola “Parlerò dentro te” ci troviamo di fronte alla grande prova di dover andare oltre il banale frontespizio del ritornello. L’immaginario non si afferra e non si comprende soltanto guardando l’estetica che è oltremodo curata con gusto e mestiere (un disco in vinile che suona davvero con precisione e dinamiche seducenti), non si capisce lasciando che la goliardia di un video come “Otto comandamenti” ci porti a pensare che sia ludico e scanzonato il verbo della discussione, ma si codifica soltanto andando oltre la buccia di questa maledetta superficie a cui tutti siamo condannati. “Parlerò dentro te”, quasi seguendo alla lettera questo titolo, è un lavoro che non smentisce la presa e il tiro dei suoi passati scritti, e che quindi si conferma un disco impegnato ed impegnativo solo e soltanto per chi scenderà a fondo a guisa di palombaro. E non è solo elettronica del futuro, e non solo qualche venatura rock o algoritmi pop: c’è anche quel tanto di classicismo della canzone d’autore che lo fa essere e non lo fa soltanto apparire. E in ultimo colpisce il sarcasmo e la visione angelica (dovuta ai suoni soprattutto) di questa attualità e del bisogno di libertà espressiva, sessuale, spirituale e - perché no? - quella libertà di sentirsi semplicemente normali nell’essere da questa parte del mondo di uomini non allineati. Che bel sentire sui solchi di questo vinile…

Qualche nota di ufficio: il vinile è acquistabile presso G.T. MUSIC Distribution. La versione CD edizione speciale autografata con inserto grafico numerato a tiratura limitata la trovate sul sito ufficiale di Andrea Tich: www.tich.it/shop.

Elettronica del futuro ma anche una certa scuola melodica del passato. Andrea Tich si mette al centro o si sposta verso un lato? E dovendo scegliere, quale lato preferisce?

La mia parte tedesca (mia madre era di Francoforte), ha sempre avuto una influenza sulla musica che scrivo, questo determina l’ecletticità delle mie canzoni. Quando realizzai il mio primo album nel lontano 1978 la parte elettronica la si poteva ascoltare nel brano “Porta i fiori”. Oggi l’evoluzione nel modo di registrare e i mezzi messi a disposizione, stimolano ancora di più questo mio lato elettronico. Amo molto mescolare tecnologia e sentimento senza però snaturare l’intento che voglio dare alle mie canzoni che come comune denominatore hanno sempre la stranezza sognante ed eterea, è come se vivessi sempre in un sogno.

Una domanda nasce spontanea: che cosa c’è di strano nelle tue canzoni?

Forse strutturalmente sono diverse dagli standard. Quando scrivo una canzone quasi sempre penso a qualcosa che crei l’elemento sorpresa per l’ascoltatore e quindi a volte non metto gli “incisi”, oppure creo introduzioni per poi lasciare che la mente viaggi su parti strumentali con assoli che trasformano la canzone come divisa in due parti e cioè testo che ti parla e coda strumentale che ti fa immaginare. Nulla è dato al caso, cerco solo di toccare determinate parti nella mente di chi ascolta, come una specie di agopuntura che stimola punti strategici del tuo corpo.

Colori. Dai pezzetti di vetro colorati di cui sembra fatto questo disco alle sensazioni visive del suono elettronico… senza tralasciare le mille spille che hai sulla giacca nel video di “Otto comandamenti”. Cosa significano per te i colori?

La realtà è che stiamo parlando dei colori della musica e delle canzoni che compongono il disco, infatti ogni canzone ha un proprio colore che ci riporta all’epoca a cui si riferisce, proprio come guardare in un caleidoscopio. Comunque sia, io amo i colori tutti, lo dimostrano le camicie che indosso nei miei spettacoli. Che poi paradossalmente in “Sulle cose” dici che (cito testualmente): “Le cose si distinguono sempre, non hanno mai un colore per me”… Infatti le cose che ci circondano si distinguono per il loro colore indefinito finché non le conosci e le fai tue, soltanto allora assumono la colorazione che più si addice al tuo mondo.

Appunto parlando di elettronica: hai sempre avuto questa come “cifra stilistica” (le virgolette sono dovute) anche quando era assai difficile registrare un suono elettronico. Oggi invece i computer hanno omologato tutto e tutto permettono. Questo ha sminuito o cambiamo il tuo rapporto con l’elettronica?

No, anzi, l’hanno aiutato. Come dicevo prima, compatibilmente con i mezzi a disposizione in quegli anni, ho sempre cercato di aggiungere un tocco “elettronico” che non vuol dire soltanto sequencer e arpeggi. L’uso dell’elettronica per me vuol dire creare ambienti, tappeti sonori, suoni suggestivi che puoi produrre soltanto con l’aiuto del suono sintetico costruito e manipolato. I Kraftwerk sono stati i padri dell’elettronica usata con il “cuore” sin dagli anni ’70. Che poi, elettronica a parte, è un disco molto, molto suonato. E anche questa oggi è una innovazione, paradossalmente… non trovi? In tutti i dischi che ho pubblicato c’è grande spazio per gli strumenti acustico/elettrici. Del resto, nasco nell’era del “suonato” infatti il mio primo disco è stato registrato al 90% da esseri umani. Oggi c’è un ritorno al “vero” ma per quello che mi riguarda nulla di fatto è cambiato. Ricordo che quando scrivevo canzoni, per capire come sarebbero diventate, dovevo convocare il mio gruppo e insegnare accordi e assegnare i suoni, creare arrangiamenti, soltanto allora capivo come sarebbe diventata la canzone. Oggi invece puoi scrivere e in tempo reale creare un arrangiamento per capire la direzione; è bello perché è come avere un insieme di musicisti che fa esattamente quello che chiedi. Questo è l’unico vantaggio.

Cito testualmente un’altra bellissima frase di questo disco: “la mia pace, la tua guerra: troppi vincoli caduti sulla Terra”. Dentro ci ho trovato un mondo di riferimenti sociali. In una frase la perfetta fotografia del tempo che stiamo vivendo. Ti piace questa chiave di lettura?

Sì, è esattamente uno spaccato di quello che sia noi che il mondo stiamo vivendo. Non mi riconosco molto in questa situazione cioè non riesco a mettere a fuoco l’intento e lo scopo di tanto odio e poco rispetto per qualsiasi cosa o persona. La mia sensibilità a volte mi porta a chiudere gli occhi sperando che una volta aperti, tutto sia stato una brutta illusione. Che poi oggi quanta solitudine circonda l’uomo ordinario di questa Terra? Che anche un Artista che non finisce nel calderone delle televisioni diventa un uomo ordinario… Tutti siamo ordinari, non c’è dubbio, anche quelli che hanno successo commerciale. Molti vivono la vita di riflesso a quello che hanno scelto di fare. Gli Artisti, quelli non realizzati forse sono le persone più sole perché le frustrazioni, le delusioni, le incomprensioni li portano in un abisso che a volte prende il sopravvento rendendo la vita piena di malinconica consapevolezza.

Parliamo di “Psichedelicapire”: il brano si apre con una conversazione che stavate facendo proprio di musica psichedelica. Che poi più di psichedelia ci trovo l’India e quel certo modo di sospendere l’atmosfera con una voce che mi riporta nel cuore quella “Ignoreland” dei R.E.M.

Quella conversazione l’ho rubata una sera a cena da Alberto e Cinzia (Snowdonia, l’etichetta che ha pubblicato due miei album), parlando di musica prog. “Psichedelicapire” è più riferita ai “complessi beat anni ‘60” come i Sorrows, i Casuals, Manfred Mann ecc. che suonavano canzoni dalle influenze psichedelicommerciali con venature avant-garde. La mia canzone è la parte seconda della canzone contenuta nel mio primo album “Il candidato”, il tema è lo stesso ma nonostante sia stata scritta in tempi diversi, l’argomento è attualissimo.

E parliamo di pura tradizione. Parliamo di un Tenco che vedo respirare tra le righe della bellissima “Dove vai senza me”. E anche in un disco di Andrea Tich quindi c’è spazio per la tradizione, quella sfacciata più che altro?

Durante la lavorazione dell’album, già consapevole di proporre questo viaggio che si ispira alla musica che ho ascoltato negli anni e che inconsapevolmente ha influenzato il mio modo di scrivere canzoni, ho avuto questo regalo. Per la verità in questa canzone c’è De André ma Luigi Tenco ci sta alla grande. Ricorda il loro modo di scrivere così malinconico e con i finali quasi sempre drammatici ma profondamente poetici (“La canzone di Marinella”) per citarne una. Chiudiamo questa chiacchierata parlando di questo disco e di questo tempo.

Voglio parafrasare il titolo (senza neanche allontanarmi troppo dal suo significato) e chiederti: il male di oggi secondo te è che siamo poveri di forza e di curiosità che dovrebbe spingerci a saper parlare dentro le persone invece che restare pigri sulla superficie di tutte le cose? Questo disco come affronta il tempo che ha incontrato?

La tua domanda è molto più profonda di quello che era il mio intento. Sono molto naif, l’immagine della copertina è caratterizzata da aspetti di semplicità e candore cioè rappresenta me che attraverso il vetro di un acquario “parlo” con un pesce, da qui l’immaginario trasborda e dà spazio all’immaginazione. Parlerò dentro tutti voi se avrete voglia di conoscere il mio mondo immaginario.

Da “Masturbati” ad oggi. Io trovo una grandissima coerenza dietro tutta la produzione di Andrea Tich. Dal tuo punto di vista? Cos’è davvero cambiato e cosa cerchi di far restare sempre uguale?

L’evoluzione è automatica, come dicevo uso e sfrutto tutto quello che la tecnologia mi offre ma una cosa resta ferma: l’approccio con le mie canzoni è sempre uguale, la ricerca, le sensazioni, l’essere sempre non allineato. Ecco io appartengo ad un altro mondo quello della resistenza musicale non allineata.

Paolo Tocco