Esiste una scuola di "bon ton" nella critica musicale che prevede non si creino rapporti d'amicizia coi musicisti oggetto di attenzione, per evitare di essere in qualche modo influenzati nei propri giudizi. Io al contrario (che mai mi sono considerato un vero critico) per sentirmi a mio agio nell'occuparmi di un'opera musicale devo prima creare una connessione empatica, reale o immaginaria, con chi ne è l'autore. Accade col nuovo album "Parlerò dentro te" (I dischi di Plastica) di Andrea Tich, lavoro al cui ascolto sono tornato più volte in questi ultimi giorni, dopo essermi procurato copia autografa con piccola grafica in bonus. Andrea (di cui conoscevo bene da decenni il classico "Masturbati" su Cramps e il LP in tandem con Maurizio Marsico, ma avevo anche apprezzato il ritorno in pista di "Siamo nati vegetali") l'ho incontrato tre anni fa in occasione di un concerto che l'associazione BAU gli ha organizzato a Viareggio. Da lì è nato uno scambio di idee e altri incontri, anche in occasione di esibizioni delle Forbici di Manitù (che lo hanno coinvolto in uno dei loro prossimi folli progetti). Il nuovo cd è stato già recensito (positivamente) su Blow Up, quindi posso abbandonarmi qui su facebook a qualche considerazione a briglia sciolta. L'iniziale "Dichiarato" pare quasi una matura melodia pop estratta dal cilindro di Amurri-Canfora ma si muta presto in pregnante istanza prog-rock (Mina meets Battiato?). Si oscilla poi tra echi di new wave e synth-pop anni '80 ("Otto comandamenti") e più definiti profumi del caro vecchio progressive anni settanta (vedi il glorioso solo di Moog in "La mia pace la tua guerra"), tra delicate ballate agresti, spigolature sofficemente lisergiche ("Psichedelicapire") e inusuali aperture visionarie (l'avventurismo kraut in chiave mediterranea di "Eclisse"). Si guarda all'epoca dei Festival Pop ruspanti ma anche ai "complessi" beat dell'infanzia, in un viaggio nella memoria musicale che è però solo un sub-testo per 15 tracce tutto fuorchè meramente nostalgiche. L'album pare anzi più dei precedenti uno sforzo corale, diretto e motivato negli arrangiamenti, grazie anche all'ampliato nucleo di collaboratori che si somma alle percussioni del fedele Claudio Panarello (i vigorosi fiati di Daniele Cavallanti, Salvo Tempio e Nuccio Garilli, il basso di Francesco Lombardo, il sintetizzatore di Agostino Macor, ecc.). Che bello vedere con quanta naturalezza, passione, assenza di compromessi sono "tornati tra noi" autori come Tich, Juri Camisasca, Lino Capra Vaccina... Andrea nelle note di copertina ha proprio ragione: più un disco come questo è intimamente "suo", più risulta anche nostro.

Vittore Baroni

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